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sabato 31 dicembre 2011

La strana triade Svevo-Joyce-Gadda

I 150 anni dello scrittore triestino. In realtà si chiamava
Aron Hector Schmitz

Oggi sono centocinquanta anni da quando è nato Italo Svevo, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento. Era nato dunque nell'anno in cui era nata anche l'Italia. La grande narrativa moderna e l'unità politica del nostro Paese si può dire siano sorte insieme.

Ma Italo Svevo non era il vero nome di questo scrittore, la cui famiglia non era nemmeno italiana ma di origine ungherese. Veniva da una piccola città della Transilvania, oggi romena, allora appartenente all'Ungheria, cioè all'Impero Austro-Ungarico. Il nome di questa città, poco più che un paese, è Copsa Mica in romeno, Kiskapus per gli ungheresi. Vent'anni fa, all'epoca di Ceausescu era noto come uno dei punti più inquinati d'Europa. C'erano due grosse fabbriche una metallurgica, l'altra di produzione di coloranti che lavoravano a pieno ritmo. A Copsa Mica non c'è alcun segno dell'origine della famiglia Schmitz. Sì, Italo Svevo in realtà si chiamava Aron Hector Schmitz e la sua era una famiglia di ebrei centroeuropei. Lo scrittore aveva scelto lo pseudonimo di Italo Svevo per indicare l'appartenenza a due culture: italiana e tedesca. Svevo, nato a Trieste il 19 dicembre 1861, infatti non aveva per madre lingua l'italiano, ma il dialetto triestino e il tedesco. Aveva compiuto i suoi studi di indirizzo commerciale in Germania e non a Trieste, tantomeno in Italia. Quindi, lo scrittore oggi celebrato come l'orgoglio della narrativa italiana, tradotto e conosciuto in tutto il mondo, in realtà era una sorta di immigrato.

Questo fatto dice molto per l'origine della nostra nazione di allora, e anche di oggi. Italo Svevo aveva difficoltà a scrivere in italiano corretto, ma il novanta per cento degli italiani le avevano. Svevo chiese aiuto a amici e conoscenti per correggere il suo linguaggio narrativo. Uno di questi «correttori» era Silvio Benco. Ma il linguaggio di Svevo così atipico, così strano ma immediato, aveva negli apparenti difetti la sua forza. Oltrepassava i limiti del linguaggio letterario, dell'esatta copia del toscano del '300, divenuto dal '500 in poi la norma per la letteratura italiana e per il romanzo nazionale di Manzoni, I promessi sposi.

Trieste era un crocevia, allora, e Svevo nascendo lì aveva trovato una autentica, reale terra di nessuno europea popolata da avversari dell'Austria e ammiratori dell'Italia. Ed è di questi che lui parla nei suoi geniali romanzi e racconti, del piccolo borghese centroeuropeo che popola la terra di nessuno. Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, goffo commerciante, è un ibrido che parla un italiano un po' sbilenco, come il suo autore. Il quale però è ugualmente un grande scrittore. Come si spiega questo? Svevo aveva scoperto una verità: la grandezza di un'opera non sta solo nel linguaggio. Quanti hanno letto la Bibbia in ebraico e in aramaico? Eppure la Bibbia è uno dei libri più letti.

La metamorfosi del personaggio del libro di Svevo è questa: la trasformazione di un piccolo insetto borghese centroeuropeo in essere universale, in «angelica farfalla», per dirla con Dante. James Joyce, dopo 14 anni di soggiorno a Trieste, percorrerà una strada simile dando vita al personaggio di Leopold Bloom, ebreo ungherese trapiantato a Dublino, città da mito letterario di cui diventa la coscienza vivente.

Ma c'è un altro narratore che si deve menzionare. Il vero grande manipolatore della lingua letteraria italiana, lo scrittore e ingegnere Carlo Emilio Gadda, altra colonna portante della nostra narrativa novecentesca, altra persona tormentata e dubbiosa, riconosciuta dalla cultura italiana tardivamente, come Svevo stesso. Anche Gadda era per metà originario dell'Ungheria. Sua madre, Adele Lehr, era un'insegnante di scuola media, di famiglia proveniente anch'essa dall'Impero Austro Ungarico. Gadda è stato, oltre che narratore di livello mondiale, un vero giocoliere dell'italiano letterario e dialettale, di vari dialetti. Nel suo capolavoro La cognizione del dolore il protagonista combatte con il proprio odio per la madre, e alla fine - ma il libro non è del tutto finito - pare che possa averla uccisa davvero. Gadda combatteva in quel libro per la sua libertà interiore. La madre l'aveva costretto a diventare ingegnere e non laureato in lettere: lui descrive sentimenti tanto autentici e tormentosi come forse non era riuscito a nessun suo contemporaneo.
Queste due figure dominanti testimoniano di un'Italia aperta al mondo circostante, non accecata da futili furori nazionalistici, nutrita da una cultura universale, non chiusa al nuovo e allo «straniero», come disgraziatamente capita in questi tempi.
di Giorgio Pressburger
19 dicembre 2011

Fonte: Corriere della Sera

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