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sabato 26 maggio 2012

Ora il Barolo lo fanno i romeni

di Roberto Di Caro
Pochi lo sanno, ma a coltivare le vigne delle Langhe ormai sono decine di migliaia di stagionali e pendolari dell'Est, che arrivano a Cuneo con i voli low cost. Ecco le loro storie

(25 maggio 2012)

Mai messo piede in una vigna prima di arrivare nelle Langhe, Alin Niculae. A Ploiesti dov'è cresciuto, 30 mila abitanti 60 chilometri sopra Bucarest, suo padre ha lavorato tutta la vita nella seconda fabbrica d'armi e missili del blocco comunista: ma caduto il regime la cedono a pezzi e ci montano lavatrici. Alin studia allora da guardia forestale come suo cugino Stoica, bel lavoro e stipendio decente: ma nel '98 lo Stato senza soldi smette di assumere. Campa per un po' di lavoretti, male. Così nel 2001, ventenne, raggiunge la zia Viorica, che fa la badante nella terra del Barolo e del Barbaresco.

Sgarzola la vigna, Alin, cioè dirada le foglie sul tralcio ed elimina i grappoli troppo vicini uno all'altro perché il sole baci gli acini e l'uva cresca come deve. Sistema i tutori perché la pianta cresca diritta. Sparge i trattamenti antiparassitari, anche 12 volte ad annata. E vendemmia: per cinque settimane, "a mano, abbiamo provato a macchina ma la vigna non è adatta", raccoglie uno o due grappoli d'uva alla volta in ceste tra i filari come s'è fatto da sempre su queste colline, che poi finiscono in "bins" da 5 quintali, e di qui alla cantina dei Ceretto, grandi produttori di Barolo, Dolcetto e Arneis Blangé ma anche importatori, ristoratori e mecenati d'arte, una potenza.

Da loro ha cominciato come stagionale dai primi di maggio a metà ottobre, perché fino all'entrata della Romania nella Ue nel 2007 per lavorare in regola inciampavi in una via Crucis di bolli e permessi e nei flussi programmati della Bossi-Fini; assunto come dipendente fisso, lo ha raggiunto Gianina, si sono sposati, il loro figlio si chiama Gabriele. "In italiano, con la e finale", dice Alin, da qualche giorno capo delle vigne del Blangé con 40 sottoposti: "In Romania i miei hanno ancora un piccolo pezzo di terra a granturco e qualche animale, noi ci andiamo un paio di volte l'anno in vacanza. Ma è in Italia che intendiamo restare". Come lui, a sentirli, la stragrande maggioranza dei romeni giunti qua alla spicciolata negli ultimi dieci anni con la trafila di sempre di ogni emigrazione, prima uno poi, come legati a un filo, familiari, amici, compaesani.

Sono 137 mila registrati in Piemonte, 29 mila in provincia di Cuneo, 4.800 solo sulle colline di Langa e Roero. Duemila di loro sparpagliati nelle vigne e cantine dove nasce il "re dei vini", otto-novecento sono badanti, il resto muratori, piastrellisti, imbianchini, ma sempre meno per via dell'edilizia in crisi, e operai in fabbriche meccaniche. Ora che i low cost ti vendono Bucarest e Bacau a meno di cento euro, hanno salvato e fatto rinascere l'aeroporto di Cuneo-Levaldigi: 96 mila passeggeri l'anno, il 43 per cento di tutto il business.
Non fanno comunità chiusa. I macedoni, l'altro gruppo anche più numeroso di loro, sono organizzati in cooperative autonome che lavorano a giornata le vigne dei piccoli e piccolissimi produttori, e da qualche mese hanno anche una loro compagnia di pullman da e per Skopje. Ma tra di loro non trovi un romeno. "Cooperativa? Suona come kolkhoz, brutti ricordi", dice Vasile Carnaru, che lavora nelle vigne dell'Arneis: "E poi i macedoni sono slavi, non latini: per noi, un popolo non amico". Persino le chiese, entrambe ortodosse, sono diverse e fisicamente distinte: per i romeni Santa Caterina ad Alba, per i macedoni San Michele Arcangelo a Neive, cedute in comodato d'uso dalla Curia.

Difficile, ormai, trovare italiani tra i filari. "Quando un amico mi parla di suo nipote gli chiedo: la sa usare la zappa o solo il computer?", racconta Bruno Ceretto, 80 romeni tra fissi e stagionali, 30 sistemati con famiglia e a prezzo simbolico in sette cascine comprate e ristrutturate ad hoc ad Alba, Castellinaldo e in mezzo alle vigne del Barbaresco. "Sono sorretti da grande passione, voglia di imparare e disponibilità. Gli italiani? Eh, qualcuno sì, altri meno: ma se il vino mi fermenta la domenica che cosa faccio, chiamo la Camusso?". Se pochi italiani acculturati imparano a usare la zappa, i romeni procedono dal basso in alto: come Monica, la sorella di Alin, che ha cominciato con le mani nella terra e nel secchio delle pulizie, poi ha studiato enologia e inglese e ora codirige l'accoglienza alla cantina, 6 mila visitatori l'anno da mezzo mondo. E' fidanzata con Dennis Panzeri, chef della Piola di Alba.

Scendiamo in cantina, in mezzo alle file di barrique che tra infinite polemiche di arcaisti e innovatori hanno sostituito le enormi botti centenarie del Barolo d'un tempo, "quello che ti scendeva nello stomaco come un colpo di cannone", diceva Giorgio Bocca: ci trovi ora Ciprian Ilie Onica, 27 anni, dalla Bucovina, quasi al confine con l'Ucraina. Là era elettricista e riparava computer, sua madre era già ad Alba e faceva le pulizie dalla notaia amica di Tizio che conosceva Caio, funziona tutto col passaparola. Ciprian arriva ventenne nel 2003, fresco di nozze con Simona, che ora aspetta un bambino. Edoardo Rubis, il langarolo tuttora suo collega, gli insegna un pezzo alla volta ciò che deve sapere dalla pigiatura dell'uva fino alla tappatura della bottiglia: come mettere il mosto in fermentazione, con la buccia il rosso, senza buccia il bianco, come chiarificare il vino facendone scendere le impurità, come filtrarlo con la farina fossile, aggiungere anidride solforosa, mandarlo nella riempitrice... Quando Rubis andrà in pensione, sarà Ciprian a insegnare a un altro. Probabilmente romeno. Per la cittadinanza italiana s'informerà:"Non ho ancora avuto tempo".

Hanno una vita, non solo un lavoro in vigna. Te la raccontano una ventina di loro quando li incontri tutti insieme nella cascina dove vivono, chiamata San Carlo per via di un piccolo affresco che rappresenta il Borromeo: Aurel, Gheorghe, Silviu, Valentin, Alexandru, dai 26 ai sessant'anni, tra le donne Viorica e due Stoica, la maggior parte dalla provincia meridionale di Prahova, pozzi di petrolio e raffinerie. No, niente feste di soli romeni, qua vivono anche famiglie italiane e alle ricorrenze vengono amici e colleghi langaroli doc. Sì, quasi tutti hanno l'antenna parabolica, con 70 euro l'anno di abbonamento vedi tutte le tv romene statali e private, i tg, le partite della Dinamo Bucarest, dello Steaua e del Petrolul Ploiesti (che alla nascita si chiamava Juventus, sarà per questo che tra le italiane tifano la Vecchia Signora).

Certo, ogni tanto al paese ci tornano, due ore di volo o 40 in pullman da Torino, ma a qualcuno capita come a Elena, 28 anni, "già la prima volta mi trovavano un po' cambiata, mi chiamavano l'italiana, io stessa mi sentivo distante". Nei mesi in cui il lavoro è meno pressante c'è chi va a pesca, chi gioca a calcetto, chi va a sciare a Pratonevoso, due passi da qua. Ma se chiedi a Florin Cojocaru, 26 anni, e al suo gemello Cristian col chiodo delle belle donne, ti snocciolano una sfilza di discoteche di connazionali o che fanno serate di musica romena, dalla tradizionale ai gruppi techno house: una ad Avigliana sul lago, un'ora e mezzo di macchina si fanno per arrivarci, altre quattro fra Torino, Moncalieri e Pianezza.

"Ma è la chiesa il luogo in cui si fa comunità", rivendica padre Catalin Zaharie (preot, non popa, che in romeno è dispregiativo, il prete sciocco delle barzellette). Ha 38 anni e cinque figli, è magazziniere alla Ferrero turno di notte dalle 22 alle 6, ispettore della Chiesa ortodossa romena per l'Italia: parroco di Santa Caterina al Alba, celebra una ventina di battesimi e un paio di matrimoni al mese, ma due soli funerali in due anni. Magari tira acqua al suo mulino, però le messe del sabato e domenica sono piene, e a fine funzione una cinquantina di bimbi gioca o ascolta favole nella sala accanto, o dipinge uova secondo tradizione: "I miei figli sognano in italiano, e in italiano rispondono quando noi parliamo in romeno. Il 95 per cento delle famiglie non andrà più via". Ti racconta che ora nelle vigne sono i più richiesti, ma 12 anni fa i primi cui il padrone disse "taglia qui" distrussero un filare, e quando lui li cacciò gridando "via!" (vigna, in romeno) stavano per far fuori l'intera produzione. Ti porta a mangiare a la Ricca, pizzeria e ristorante di Dan e Mariana Gheban, clienti a metà italiani e romeni come la cucina, polpettine "mititei" o "sarmale", involtini di verza con panna acida, il vino Mihai Viteazul: che non sarà Barolo ma porta il nome del principe Michele il Prode, nel 1600 unificatore di Moldavia, Valacchia, Transilvania, vincitore sugli ottomani, ucciso l'anno appresso.

Fu una delle rare volte in cui la Romania provò a giocare un ruolo da protagonista nella storia. La psicologia dei romeni si è costruita, nei secoli, anche su un senso di non appartenenza. "Popolo con un fondo di misticismo, non ci chiudiamo in ghetti, tendiamo a integrarci con gli altri ma siamo individualisti", dice padre Catalin: in Langa e Roero vanno a offrirsi singolarmente ai produttori, mentre sono falliti i tentativi di costituire loro associazioni. Più cruda è Mihaela Stan, da Kluj-Napoca, baby sitter, poi in casa di riposo, ora moglie del capo della Polizia locale di Montà d'Alba, uno che ha imparato il romeno e tre volte l'anno tiene corsi all'Accademia di Polizia di Bucarest su come rifarsi un'immagine al servizio dei cttadini: "Scriveva Cioran, nostro grande e controverso pensatore, che nessuno di noi è entusiasta della propria sorte di essere romeno. Ci siamo sempre sentiti ai margini della storia, e in fondo ce ne vergogniamo. Ostentiamo per difesa i nostri difetti, e poco ci piace leggerli sui volti altrui. Il riscatto lo cerchiamo per via individuale: i più dando il meglio di sé, qualcuno, inutile negarlo, agendo senza legge né scrupoli".

A Montà i romeni stabili sono il 7 per cento della popolazione più l'onda degli stagionali. Lavorano nelle vigne del Nebbiolo e dell'Arneis, nelle ditte di miele, nella meccanica Iride di Franco Arduino che al pari di Ceretto li ospita in cascina. Mai dato o avuto problemi seri. Integrazione, si chiama.

Fonte: L'Espresso

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