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lunedì 19 novembre 2012

La censura sulla stampa religiosa romena in 45 anni di comunismo

Pubblicato il 17 novembre 2012 da paolom

(di Giuseppe PACE) Da un lavoro di ricerca culturale di Florin Dobrei (prete, dott. in teologia e lettore universitario a M. Caransebes), tradotto dal prete orotodosso Gabriel Nitu Bogdan (ex collega di scuola romena dello scrivente nonché prete a Deva) si rendono noti aspetti inediti di vita culturale religiosa in Romania negli anni del comunismo. La dittatura fascista fu diversa in Italia e comportò i Patti Lateranensi del 1929 tra Stato Italiano e Stato del Vaticano. La religione in Italia non fu dunque vilipesa, mentre in Romania fu, come imponeva il marxismo, vista come: oppio del popolo. Nel 2010 pubblicai un saggio sulle analogie tra Italia e Romania per le Edizioni Sapere, ma quasi trascurai di trattare la censura comunista sulla stampa religiosa ed altro. Questo lavoro, grazie all’ex collega Gabriel, che insegnava la lingua italiana ai comuni studenti romeni (io insegnavo in italiano “scienze naturali”) permette al lettore di sapere cosa realmente è avvenuto il quel Paese non slavo, ma latino. La Romania è un’isola latina in un mare slavo. Il io saggio è ora in lettura presso la biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura a Bucarest e presso la biblioteca della mia ex scuola romena: Liceo straniero con sez. italiana “Transilvania”di Deva (Hunedoara) da dove mi giunge il documento storico. Ecco il singolare ed interessante documento inviatomi da Gabriel Nitu Bogdan (che mi invia gli auguri di buon compleanno associandoli a quelli del suo Vescovo Gurie che è nato il 15 novembre): “Il colpo di stato del 23 agosto 1944, seguito dalla nascita del primo governo filo-sovietico il 6 marzo 1945 e poi l’abolizione della monarchia il 30 dicembre 1947, hanno costituito, per lo Stato romeno, il preludio di profondi cambiamenti in campo politico, sociale, economico e culturale.

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Tra le istituzioni “nemiche” dello Stato è stata considerata, fin dall’inizio, la Chiesa Ortodossa Romena, sottoposta poi, per mezzo secolo, ad una continua repressione. Nei primi mesi del 1948, la stessa si trovava di fronte a due possibilità. La prima era il diretto confronto aperto, che avrebbe portato a versamento di sangue dei martiri e, in definitiva, all’annullamento della stessa chiesa (come nel caso dell’ Albania e della Cina); l’altra possibilità era rappresentata dall’adozione di una linea di “dialogo” a lungo termine, con il regime ateo. Considerando che l’opposizione sarebbe stata simile ad un suicidio, fu scelta ufficialmente la seconda alternativa, vale a dire un “modus vivendi” con lo Stato comunista, che le ha permesso di esistere come istituzione; non sono poi mancano i martiri e attraverso le prigioni comuniste passarono migliaia di preti, di monaci e di semplici fedeli. Rimosso dalla vita dello Stato, la Chiesa è diventata, quindi, un’istituzione “tollerata” priva delle sue funzioni culturali, caritative e missionarie. I divieti e gli abusi sono stati molti: la nazionalizzazione della proprietà delle parrocchie e dei locali delle ex scuole confessionali; l’abolizione delle facoltà e delle Accademie Teologiche di Suceava, Oradea, Arad e Caransebes; la maggior parte dei Seminari Teologici (i soli rimasti sono strati gli Istituti teologici di Bucarest, Sibiu e provvisoriamente Cluj e i seminari di Bucarest, Buzau, Craiova, i monasteri di Neamt, Cluj-Napoca e Caransebes gradualmente aperti); delle posizioni dei vescovi-vicari e vescovi ausiliari, nonché di molte diocesi (con il pensionamento costretto di circa 20 vescovi), la proibizione delle icone e dell’educazione religiosa nelle scuole; vietati i collegamenti con la diaspora delle associazioni religiose di qualsiasi tipo (“Esercito di Dio”, “La Confraternita Ortodossa Romena”, “La Società della Donne Ortodosse”, “La Società “San Giorgio» della gioventù cristiana”, “La Società “Anastasia Saguna” delle giovani ortodosse”, e così via); il lavoro missionario e sociale in ospedali, orfanotrofi, asili, caserme e carceri; la Diocesi dell’Esercito è stata sciolta e i sacerdoti confessori messi fuori legge. L’attività dei sacerdoti è stata limitata strettamente alla parrocchia, non superando i “confini” dei luoghi di culto; è stata permessa soltanto la catechesi dei fedeli “maturi” (e non della gioventù) durante l’officio delle Vespri. “Gli ispettori delle religioni” sono diventati una presenza permanente di stretta sorveglianza dei centri diocesani, dei decanati, delle parrocchie, dei monasteri e delle scuole teologiche. Per quanto riguarda la stampa teologica ortodossa, lo stesso fatidico anno 1948 ha portato con sé la soppressione di quasi tutte le riviste religiose e dei periodici interbellici. Le sole ammesse sono state le riviste di Bucarest “Chiesa Ortodossa Rumena”, “Studi Teologici”, “Ortodossia” e “Voce della Chiesa”, gli organismi ufficiali “Metropolia di Moldova e Suceava,” “Metropolia di Transilvania”, “Metropolia di Oltenia” e “Metropolia di Banato”, rispettivamente il foglio arcidiocesano di Sibiu “Il Telegrafo Rumeno”, e quelli altamente politicizzati (in particolare nei primi due decenni), in linea con i “requisiti” richiesti in quel tempo. Ad esempio, nella parte occidentale del paese, la rivista “Metropolia di Banato”, è il risultato della fusione di due pubblicazioni teologiche di Banat del dopoguerra, e cioè “Il Foglio Arcivescovile” da Caransebes (conseguente, a sua volta, dalla fusione di due giornali antichi religiosi: “Il Foglio della Diocesi” di Caransebes, pubblicato per la prima volta nel 1886, e “La Chiesa di Banato” di Timisoara, fondato nel 1941) e “Bollettino della Diocesi di Arad” (che sostituisce la vecchia pubblicazione diocesana di Arad “Chiesa e Scuola”, pubblicato per la prima volta nel 1877), col tempo, attraverso il dinamismo e la crescita qualitativa del suo contenuto, la pubblicazione ha rivelato la sua vera identità, vale a dire quella di continuatrice della prima rivista teologica del Banato, “L’Altare di Banato” di Caransebes (1944-1947), nome ripreso nel gennaio del 1990. Pertanto, queste pubblicazioni teologiche ortodosse sono apparse in un periodo storico e politico turbolento e ostile alla chiesa, in un periodo di supremazia del comunismo ateo sulla libertà dello spirito. La Sicurezza dello Stato “il braccio armato del Partito” controllava tutti i settori dell’attività, influenzando in modo discrezionale, attraverso la censura, la loro traiettoria. In Romania come negli altri paesi europei che gravitavano sotto l’influenza del “Grande Fratello dall’Oriente” (URSS), la censura seguiva da vicino lo stile sovietico. In effetti, “La Direzione Generale della Stampa e delle Pubblicazioni” ha preso tutti i “poteri” della temuta “Direzione per la difesa dei segreti militari e di Stato sulla stampa” (“Glavlit”) istituzione omologata “dall’Impero del Grande Fratello d’Oriente” fondata nel 1922 (riorganizzata nel 1933, è stata abolita solo nel dicembre 1991); si trattava della centralizzazione del controllo sulla stampa, la radio, la televisione ed il repertorio artistico. Per quanto riguarda il controllo della stampa, lo stesso è passato attraverso tre fasi distinte (ma complementari) la censura dei manoscritti, la censura del materiale stampato (visto di “nulla osta alla stampa”) e post-controllo (visto di “nulla osta alla diffusione”). Anche se in Romania la censura è scomparsa ufficialmente nel 1977, i censori sono rimasti, essendo “adottati” sia dal Consiglio della Cultura e dell’Istruzione Socialista sia dalla Sicurezza dello Stato. È interessante da notare che l’auto-censura ha funzionato, da quel momento, più rigorosamente della stessa istituzione, dal momento in cui la responsabilità veniva trasferita direttamente al firmatario del materiale. C’è stato vero un paradosso: il momento dell’’abolizione della censura ha portato, ad un inasprimento della stessa. A livello ideologico, il comunismo, con in mano le leve del potere politico (che ha usato in modo discriminatorio) ha agito con fermezza e crudeltà verso la creazione del “uomo nuovo”. E a tal fine, è stata necessaria la vigilanza in particolare per quanto riguardava gli intellettuali, gli unici in grado di sviluppare materiali, che potessero mettere in pericolo lo slancio dell’autentica “rivoluzione culturale” socialista. Pertanto, una particolare attenzione è stata data alla gioventù, la quale era in grado di superare definitivamente la vecchia ideologia “retrograda”. In questa direzione, un esercito di attivisti, con una particolare assunzione e formazione, ha ricevuto incarico di sorvegliare da vicino il lavoro di tutte le istituzioni statali. In questa nuova società “multilateralmente sviluppata”, la religione, la morale e la mistica cristiana erano state ritenute ostili agli “ideali di progresso e di civiltà del popolo rumeno” ormai entrato nel percorso di costruzione di una “società ideale” pienamente in grado di realizzare il sogno millenario dell’umanità. Si partiva dalla premessa che il popolo rumeno “desiderava sinceramente” essere “proletario”, perché aveva combattuto per secoli per la giustizia e la libertà, gli ideali del suo sacrificio, ormai compiuti dal comunismo. Di conseguenza, le altre ideologie sono state condannate, gli intellettuali, formati nella vecchia scuola “borghese”, essendo, quindi, ritenuti reazionari, ossia “nemici di classe”. Nello stesso tono è stato intrattenuto anche il dialogo con la Chiesa, avvertita, attraverso il proprio linguaggio, che “chi non è con noi è contro di noi”. In altre parole, tutti quelli che non rispettavano le nuove regole e non si impegnavano sulla via perseguita dalla Romania “verso il comunismo, in volo”, erano dichiarati “nemici del popolo” e “retrogradi” e i retrogradi erano tutti emarginati, ostracizzati, passibili di subire un diabolico processo di “rieducazione”; il vecchio adagio dei persecutori pagani: “Non licet esse vos” era, quindi, aggiornato. D’altra parte, per evitare l’isolamento della Romania dal mondo oltre la “cortina di ferro”, Stati con i quali il nostro Paese aveva relazioni diplomatiche ed economiche, lo Stato doveva prendere in considerazione i diritti umani (compresa la libertà di coscienza), diritti rispettati da tutti i fori internazionali. Questi aspetti potavano essere rilevati abbondantemente attraverso le pubblicazioni della chiesa, che avevano una tiratura sempre più grande. In effetti, le autorità hanno permesso la distribuzione della rivista anche al di fuori del Paese, al fine di ottenere un’immagine migliore della Romania all’estero. In parallelo, un altro scopo, non dichiarato, è stato quello di “ravvicinare” la diaspora romena dell’Occidente, una diaspora che comprendeva, per la maggior parte, delle voci “dissidenti” ostili al regime di Bucarest, elementi che accusavano la Chiesa ortodossa che aveva fatto un patto con il regime. Tuttavia, attraverso le pubblicazioni ecclesiastiche di questo tipo, i romeni all’estero, dove la chiesa non era sottomessa, godevano di tutte le libertà e, inoltre, i fedeli simpatizzavano per il regime attraverso la sincera adesione ai suoi principi. Al di là di questi calcoli politici, la Chiesa rappresentava una realtà viva, una presenza profondamente radicata nella coscienza del popolo romeno; il ruolo che la stessa ha avuto per sostenere l’elemento nazionale e i suoi valori culturali non può essere nascosto. Quindi, volenti o nolenti, i fori che si trovavano al timone della Romania socialista sono stati costretti, a un certo punto, a prendere in considerazione l’esistenza della Chiesa e di offrirle alcune libertà. Una preziosa indicazione di questa “apertura” c’è stata con l’apparizione, sotto il titolo ” orientamento omiletico “, del giornale ufficiale “Metropolia di Banato” a cominciare dal 1976, di numerose catechesi, aventi il titolo “Parole d’insegnamento”, altrimenti estremamente imbarazzanti per la censura comunista, perché includevano “l’insegnamento della nazione”, in un altro spirito che quello formale (da qui il divieto di utilizzare il termine “catechesi”). Poi, perché nella parte occidentale del Paese proliferavano i culti neo-protestanti, tutti orientati verso gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, alla Chiesa ortodossa è stata concessa la libertà di difendere la fede; così sono apparse nelle riviste, a cominciare dallo ottavo decennio, articoli ben argomentati, inclusi, nel caso della rivista “Metropolia di Banato” nella rubrica “La corretta dottrina della Chiesa.” In realtà, questi erano una riattivazione della settologia classica, ma evitando lo spirito polemico, che era in contrasto con l’ecumenismo ufficiale, sempre più intensamente promosso. Inoltre, va notato che dal 1961, dal momento del ricevimento della Chiesa Ortodossa Romena nel Consiglio Mondiale delle Chiese, dopo la riunione generale a New Delhi (India), una particolare attenzione è stata data a questo problema ecumenico, considerandosi come un dovere di ogni chiesa quello di compiere “la volontà” del Signore, vale a dire “che tutti siano una cosa sola” (“Ut unum sint”); quindi, la partecipazione dei nostri rappresentanti della nostra Chiesa a diversi incontri locali e internazionali, nonché alle attività dell’Istituto Ecumenico Bossey hanno costituito soggetti ampiamente riportati nelle pagine delle riviste, in voci come “La Chiesa ed i problemi del tempo”, “Note e commenti” e ” Cronaca della Chiesa “. Tuttavia, perché la lancia ideologica non poteva essere lasciata troppo in basso, nello stesso periodo sulle pagine delle riviste sono apparse rubriche distinte di propaganda, come ad esempio, nelle pagine dello stesso giornale “Metropolia di Banato” è stato inaugurato, nel 1974, la rubrica intitolata “Le fasi dello sviluppo della Patria”, in cui erano glorificati i risultati della tecnica, dell’industria, dell’agricoltura, della cultura e dello sport romeno sotto la fiorente guida della dominazione comunista. Nell’ambito della “nuova rivoluzione culturale” i temi di reale attualità della chiesa, come la pace, il lavoro, l’amicizia ecc., sono stati così “confiscati” dalla propaganda comunista. Inoltre, l’esacerbazione del culto della personalità del leader comunista Nicolae Ceausescu è stata sempre più sentita. Per quanto riguarda la censura delle attività di stampa, va detto che l’apparizione di ogni numero di una rivista seguiva una metodologia speciale, complessa e sofisticata; i documenti dell’epoca (nel caso a cui facciamo riferimento si tratta di quelli conservati nell’Archivio della rivista Metropolia di Banato) consentono la ricostruzione completa di questo sinuoso tragitto. Così, una fase preliminare era composta per ottenere delle approvazioni necessarie alla pubblicazione e la distribuzione della rivista verso i lettori obbligatoriamente “presentata in anticipo per l’approvazione al Onor(evole) Ministero degli Affari Religiosi.” Ai redattori responsabili spettava poi, ai sensi dei compiti segnati nelle fila del posto di lavoro, il carico della raccolta e dello smistamento dei materiali ricevuti presso l’ufficio della redazione, dai quali erano selezionati per la pubblicazione solo una piccola parte. Agli stessi editori si richiedeva una forte “attenzione”, per la paura di non far scivolare tra le pagine della rivista del materiale “ostile” al regime; in tal caso sarebbe stata attribuita la colpa sia ai censori che agli autori dei testi passati attraverso il filtro della censura. Si sviluppava poi un piano per la stampa del futuro numero, che era analizzato durante le riunioni periodiche del comitato di redazione. Il passo successivo consisteva nel sottoporre i materiali al Dipartimento Studi, Documentazione e Relazioni Esterne del Dipartimento per gli Affari Religiosi, il “lettore di servizio” messo a sorvegliare per garantire la sicurezza dello Stato. In altre parole, ogni numero, per vedere la luce della stampa, era inviato a Bucarest per ricevere l’avviso, cioè “il nulla osta alla stampa”; a volte era necessaria anche un’ulteriore lettera di raccomandazione, come quella indirizzata il 18 febbraio 1963 al “Signore Segretario Generale del Dipartimento per gli Affari Religiosi”, con la richiesta “si degni di intercedere per noi il visto “nulla osta alla stampa.” Se uno o più materiali non concorrevano con la “visione” del potere, erano inviati da Bucarest, per iscritto o per telefono, dei “suggerimenti” per il cambiamento, richiedendosi la revisione del testo incriminato; le stesse indicazioni erano ricevute, anche in assenza di materiali di propaganda, da alcune rubriche. Di solito, le copie spedite alla redazione erano accompagnate di correzioni e indicazioni di “revisione”. Tali “linee guida per la prossima edizione della rivista”, ricevute dal Dipartimento, sono state messe a disposizione del Metropolita Nicolae Corneanu mediante una comunicazione scritta, datata 26 aprile 1984: “nella rivista non dovrebbero essere pubblicati dei materiali o rubriche non firmate [ ...]; tutte le notizie, le note, ecc. che saranno inserite nella rubrica “Cronaca della Chiesa” dovranno portare alla fine la firma dell’autore. Sarà escluso completamente dal contenuto della rivista qualsiasi laico, anche se dipendente della Chiesa. “Inoltre, la metodologia della censura, risulta con chiarezza nella nota n. 17.066/1971 del Dipartimento per gli Affari Religiosi, inoltrata alla Metropolia di Banato, nella quale si richiedeva che “per sviluppare il piano editoriale per l’anno 1972” fosse presentato al Dipartimento Studi, Documentazione e Relazioni Esterne entro il 25 agosto di quest’anno [1971] il progetto del Vostro piano editoriale. I dati sugli articoli comprenderanno: la denominazione della diocesi, il titolo dell’articolo, il nome dell’autore, il numero di copie stampate (tiratura), il numero di pagine del manoscritto, data della presentazione del manoscritto, il formato della carta, il numero di pagine stampate, la modalità di stampa (stampa, Rotaprint ecc), modalità di diffusione e commenti. Per ogni singolo titolo sarà presentato in poche righe, il contenuto e l’importanza di tale articolo.” In allegato, era inviata una “Guida”, divisa in 11 punti, “al fine di garantire l’apparizione in tempo e in ottime condizioni delle riviste e dei lavori editoriali, nonché alla modulistica appartenete alle chiese”, dalla guida riportiamo quanto segue: “i manoscritti delle riviste, dopo essere analizzati e approvati da parte del comitato di redazione saranno inoltrati al D.A.R. (Dipartimento per gli Affari Religiosi), cioè al Dipartimento Studi, Documentazione e Relazioni Esterne, nella loro forma definitiva, così inteso che i manoscritti comprenderanno tutti i materiali che appariranno sulla rivista [ ...] i manoscritti saranno presentati in triplice copia, comprendendo il testo definitivo e le pagine con i numeri [...]; insieme ai manoscritti saranno inoltrati tutti gli allegati che fanno parte integrante dalla rivista: foto, disegni, appunti, sintesi, ecc.; nella nota che accompagna il manoscritto vi sarà una breve presentazione del materiale contenuto nel manoscritto, sottolineando ciò che ha una particolare importanza o significato [...]. Dopo aver ricevuto il manoscritto con i visti del nulla osta (autorizzazione) alla stampa, saranno osservate tutte le istruzioni e le osservazioni sul contenuto degli articoli del manoscritto. Qualsiasi modifica o l’inserimento di nuovi dati, cifre, ecc. non potrà essere fatta se non con l’approvazione del Dipartimento per gli Affari Religiosi. Subito dopo aver stampato la rivista saranno presentate al Dipartimento Studi, Documentazione e Relazioni Esterne 14 copie-segnale, e separatamente una copia al presidente e al vice-presidente del Dipartimento per gli Affari Religiosi [...]. Per qualsiasi problema riguardante il lavoro editoriale (permesso di stampa, formato, edizione, data di rilascio ecc.), i consulenti culturali e i redattori delle riviste si metteranno in contatto con il Servizio Pubblicazioni e Stampa presso il Dipartimento Studi, Documentazione e Relazioni Esterne”. Solo dopo questi passaggi si riusciva ad ottenere il “nulla osta per la stampa”, il tanto atteso “T”, applicato mediante stampaggio sul manoscritto presentato; per esempio, nel contenuto di un documento del 22 dicembre 1951, si specificava che “Il Ministero degli Affari Religiosi, Direzione Studi, Documentazione e Pubblicazioni” aveva restituito il “manoscritto della rivista “Metropolia di Banato”, sul quale il Ministero ha dato il suo nulla osta.” Attraverso una nuova domanda si richiedeva l’avviso di una nuova istituzione supervisore: “Direzione Stampa”; facciamo l’esempio della richiesta delle “Imprese diocesane “Diocesana” Arad” inoltrata all’Arcivescovado di Timisoara e Caransebes, attraverso la quale si rende noto che il 28 dicembre, 1951 “ci è stato restituito il manoscritto qui riportato, per la rivista “Metropolia di Banato”, [cioè] no. 8/1951, che sarà presentato dai vostri all’Ispettorato della Stampa Locale, prima si essere pubblicato.” Inoltre, a Bucarest era inviata periodicamente la cartella con la richiesta rinnovamento della licenza di pubblicazione, in cui si specificava il titolo, la lingua di pubblicazione, il formato, il numero di pagine e il numero di copie (tiratura), ma anche il tipo di carta o del cartone utilizzato per il processo di stampa. Si aspettava poi di ottenere un’altra approvazione, di “diffusione”. Infine, dopo la stampa, si faceva una revisione delle prime copie, e si metteva un altro timbro: “nulla osta alla spedizione”; questo era un’ulteriore esame al fine di evitare eventuali “errori” nell’intervallo di tempo tra i due timbri con lo scritto “T” (“nulla osta alla stampa”) e “BD” (“nulla osta alla diffusione”). Adottate anche queste misure supplementari di “precauzione”, la rivista era messa, infine, alla disposizione dei lettori, attraverso il settore amministrativo delle case editrici. Oltre a queste esigenze, i redattori e gli editori avevano in mente l’inserimento obbligatorio della rivista in un layout particolare (per limitare in modo diplomatico le possibilità d’accesso alla stampa di un numero sempre più grande di collaboratori) e in un numero massimo di copie (per non divulgare di certi insegnamenti contrari al “dogma” ufficiale comunista), anche queste sottoposte alla vigilanza delle autorità, per superare i quadri di sviluppo ammessi. Per esempio, nel 1960 si è imposta un’estensione fissa per le riviste, con un massimo di 132 pagine. Questa limitazione era stata dettata da “ragioni pratiche”, vale a dire il consumo più basso possibile di carta, considerato “prodotto strategico”; attraverso la lettera n. 1.851/1960, la Direzione Generale della Stampa e delle Pubblicazioni aveva avvertito che “qualsiasi superazione del numero massimo di copie stabilito, così come di altre condizioni di stampa, costituisce una violazione della legalità, che può comportare la responsabilità di coloro che hanno contribuito a questa situazione. Notiamo anche che la carta che vi è stata assegnata per le vostre pubblicazioni non può essere utilizzata per altri scopi.” In quanto tale, si inoltrava periodicamente al D.A.R. la situazione prevista per il consumo di carta, così come presentata nel piano editoriale, accompagnata dalla nota di calcoli e dal piano di proventi finanziari e oneri della rivista. Inoltre, su richiesta dello stesso D.A.R., erano messe a disposizione delle autorità varie informazioni finanziarie; altre simili relazioni si concentravano per ogni numero, il ” piano dei reddito e delle spese, la nota di calcolo riguardante l’autofinanziamento della rivista ” nonché il ” necessario di carta e del cartone per la stampa della rivista. “Nonostante tutte le circostanze storiche sfavorevoli, qualsiasi atto culturale (laico o religioso) le riviste teologiche ortodosse e gli altri giornali ufficiali delle metropolie hanno compiuto, è stata evidente la loro missione di essere la vera luce nel buio della seconda metà del secolo scorso e di calorosa e permanente guida per le generazioni di lettori che hanno avidamente bevuto il nettare degli insegnamenti cristiani. Questa realtà risulta anche dalle centinaia di lettere di congratulazione inviate alle segreterie delle case editrici da tutto il mondo, pubblicati in parte, nella rubrica “Posta della redazione”.

Fonte: Caserta24Ore

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