La comunità romena si incontra e si racconta attraverso storie quotidiane, punti di vista, fatti di cronaca, appuntamenti e novità, per non dimenticare le radici e per vivere meglio la distanza da casa.
Informazioni utili per i romeni che vivono in Italia, per conoscere le opportunità che la realtà circostante offre e divenire cittadini attivi.

Bun găsit pe site! Benvenuto!

Comentează articolele publicate!

domenica 3 febbraio 2013

La “badante romena” è diventata sarda

Come cambia la società con la crisi economica: nei registri comunali il numero degli iscritti con cittadinanza italiana oggi è pari agli stranieri, a Macomer il primo sorpasso.

di Paolo Merlini

NUORO. Come spesso accade, il futuro era stato anticipato in un romanzo, l’opera prima di Gianni Caria, magistrato sassarese prestato alla letteratura. Il suo bel libro “La badante di Bucarest” è la storia di una donna italiana, Maria, insegnante con due figli adolescenti licenziata per esubero e costretta a lasciare un’Italia in pieno tracollo economico per lavorare a Bucarest come badante, in una casa di nuovi borghesi. In Romania subìra sulla sua pelle un’inconsueta forma di razzismo, sperimentando di persona il nuovo classismo in un paese post-comunista. Nel 2008, quando Caria cominciò a scrivere il romanzo, era un evidente rovesciamento della realtà. Riletto oggi quel libro sembra quasi una premonizione.

I registri degli assistenti familiari, i cosiddetti albi delle badanti, in questi giorni hanno fatto notizia per il sorpasso al comune di Macomer degli iscritti con cittadinanza italiana rispetto agli stranieri, che sino a qualche tempo fa costituivano l’assoluta maggioranza. Un evidente segno della crisi economica che trova rispondenze anche tra gli altri 23 registri istituiti in Sardegna nei comuni sede di distretto sanitario o del piano locale unitario dei servizi (Plus). Così, anche nelle realtà dell’isola dove è maggiore la presenza di stranieri, come Sassari e Cagliari, il sorpasso non è ancora avvenuto, ma potrebbe essere dietro l’angolo. A Cagliari, il Servizio Politiche Sociali attesta, a fronte di un totale di 770 iscritti, il 47 per cento di cittadini italiani, un dato confermato a Sassari dove la percentuale sarebbe attorno al 48-50. A Nuoro, su un totale di 114 iscritti, la metà è di nazionalità italiana.

Ancora una curiosità: bene ha fatto la Regione a parlare di “registro degli assistenti familiari”, cioè con la professione indicata al maschile, e non solo per correttezza politica o grammaticale. In un mestiere che appena dieci anni fa era esclusivo appannaggio delle donne, oggi compaiono anche gli uomini: a Cagliari sono ormai l’8 per cento, a Sassari sarebbero attorno al 4, a Nuoro si attestano al 5. Tornando agli stranieri, invece, emerge un dato che rende ormai anacronistica la definizione “badante romena”: provenienza nazionale che conserva il primato a Nuoro per esempio, con oltre il 90 per cento, ma lo ha perso a Cagliari, dove è al 19% e invece primeggia la nazionalità ucraina (14%), molto in voga anche a Sassari.

Ancora a Sassari, si scopre che ormai l’offerta di badanti supera largamente la domanda. «È un segno della crisi – dice l’assessore alle Politiche Sociali, Michele Poddighe –. La professione di badante ha costi ben precisi, perciò chi si rivolge al comune per entrare in contatto con gli iscritti al registro sa che dovrà assumere con regolare contratto (in media 850 mensili, ndr), e di questi tempi non tutti possono permetterselo». Proprio Sassari ha avuto un ruolo guida negli anni scorsi nel settore degli assistenti familiari. «Dal 2007 a oggi ne sono stati formati circa 900», dice Poddighe. Il comune infatti ha svolto un ruolo guida, con un progetto pilota non solo per la Sardegna, ma anche per la penisola, con l’assessorato guidato da Cecilia Sechi, oggi Garante dei detenuti. L’istituzione del registro, in una città con una forte vocazione all’accoglienza degli stranieri, è stata indirizzata appunto sul fronte delle politiche per l’immigrazione. E infatti nei primi tempi il servizio era sostanzialmente indirizzato agli stranieri, ma come abbiamo visto progressivamente ha riguardato anche i cittadini italiani. Di quell’esperienza resta il portale Benénnidas (benvenute in sardo logudorese), che permette alle famiglie di cercare via internet gli assistenti familiari e vagliarli in base a criteri quali sesso, nazionalità e titoli (anche se la sensazione è che l’albo non venga aggiornato da tempo). Inoltre, consente agli stessi badanti di offrire la propria prestazione.

La delibera della Regione che nel 2006 (giunta Soru) istituiva il registro degli assistenti familiari in realtà ha avuto, a distanza di anni, un’applicazione solo parziale. Sono nati i 24 registri sparsi nell’isola, da Ales a Tortolì, ma non c’è traccia del previsto registro unico, cioè un grande albo regionale dove confluissero tutti i dati sui badanti, così da valutare con un’ottica più vasta il rapporto tra domanda e offerta. E infatti al settore delle Politiche sociali della Regione, il personale, pur cortesissimo, non è in grado di fornire un dato globale. Emerge inoltre che la Regione ormai da due anni non finanzia più i corsi di formazione, individuati, ancora oggi, come requisito fondamentale per poter svolgere la professione.

Quanti sono dunque i badanti in Sardegna? Sicuramente alcune migliaia, ma il numero è destinato a raddoppiare perché la percentuale di sommerso, cioè il numero di coloro che lavorano in nero, secondo un giudizio condiviso è quantomeno pari a quello dei lavoratori in chiaro, se non superiore. Forse qualche dato sull’immigrazione in Sardegna (fonte Istat relativa al 2011) aiuta a valutarne le dimensioni: a fronte di circa 38mila stranieri residenti nell’isola, i romeni ammontano a poco meno di diecimila e con il 26 per cento sono la nazionalità più rappresentata. Ma come abbiamo visto l’equazione badante uguale romena è destinata a cambiare, alla luce del chiaro segnale rappresentato dalla “mutazione” cui si assiste nei registri degli assistenti familiari. E se la situazione economica migliorerà, si può credere che la domanda di queste figure aumenterà progressivamente: la Sardegna è la regione con il più basso indice di natalità (1,14 il numero medio di figli all’anno per donne tra 15 e 49 anni) e la sua popolazione diventa sempre più anziana. In dieci anni (2002-2011) l’indice di vecchiaia è aumentato del 42,5% (media nazionale 13,5). E senza “pari opportunità”: oggi un uomo sardo ha un’aspettativa di vita di 78,9 anni, una donna di 85,2.

28 gennaio 2013

Fonte: La Nuova Sardegna

Nessun commento:

Posta un commento