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domenica 29 dicembre 2013

“Io romena, devo dire grazie all’Italia”

di Chiara Maffioletti

Un collega, Davide Vannucci (su Twitter lo trovate come @vannuccidavide) ha intervistato Raluca Teodor Mocrei, una ragazza romena che in Italia ha capito di avere un talento, una predisposizione che non era mai riuscita a vedere prima di venire ad abitare a Roma. Ora sta provando a costruirci attorno una professione. Ecco come:

Non serve scomodare Goethe o Stendhal. Ancora oggi il grand tour in Italia può essere fonte di ispirazione, quando il viaggio diventa arte, letteratura, esaltazione del Bello. Raluca Teodor Mocrei è nata in Bucovina, Nord della Romania. Infanzia in una famiglia anomala, per gli standard del Paese, in un ambiente bilingue. Studi in Relazioni Pubbliche all’università di Bucarest, la migliore del Paese, quella in cui, all’epoca di Ceausescu, si plasmava la propaganda di regime e a cui ancora oggi i politici della Romania democratica si rivolgono per consulenze di immagine.

Anche lei si è specializzata in marketing applicato alla politica. Eppure, sin da adolescente “sognava di vivere altrove, senza sapere dove”. Poi, dopo un Leonardo in Belgio – settore di interesse, la e-democracy – e un Erasmus a Perugia, ha deciso di vivere in Italia. I soliti problemi burocratici, per il riconoscimento della laurea. All’epoca, oltretutto, la Romania non faceva parte della Ue. Poi, un master in comunicazione pubblicitaria e design strategico, sempre in Umbria. Racconta Raluca: “Ho lavorato 6 anni come ghostwriter, scrivendo su argomenti di business e relazioni pubbliche, per un’azienda americana. Ho fatto l’interprete e la traduttrice. A Bucarest avevo avuto alcune esperienze come news editor per una televisione locale. Insomma, pensavo di seguire un’altra carriera”.

E qui entra in ballo la sindrome di Goethe, senza tirare in ballo Stendhal: “L’Italia, la sua bellezza, ha tirato fuori la creatività che era dentro di me, anche se in modo latente. Ho cominciato a lavorare come fotografa, ho organizzato mostre, ho eseguito lavori su commissione”. Il talento si è fatto multiforme, Raluca ha partorito le idee per un paio di collezioni, una di vestiti, l’altra di pupazzetti., grazie a una sorta di imprinting materno: “Da piccola, per gioco, mi piaceva disegnare abiti. Mia mamma lavorava, con un ruolo manageriale, per una delle tante fabbriche collettive di abbigliamento. Poi, dopo la caduta del muro, è passata ad una piccola azienda, una di quelle che lavorano per i grandi marchi, quando scelgono di delocalizzare ad Est”.

La sua storia personale è un turbinio di professioni: copywriter, creative director, fashion editor per una rivista on line, con trasferimento a Roma, dietro proposta di un’amica. Poi, la svolta: “Volevo fare qualcosa che potesse unire l’intuizione visiva con la scrittura. Così è nata l’idea del blog. Il suo scopo non è didattico. Non voglio insegnare alla gente come si deve vestire. Voglio ispirare le persone, regalare loro qualche slancio emotivo, stimolare la creatività altrui”.

Latte Fashion Delicious, il blog di Raluca (www.lattefashiondelicious.com),  è eclettico come la personalità di chi lo ha inventato. Ci sono riflessioni filosofiche, spunti comici, consigli di stile. C’è una sezione in cui l’autrice presenta le sue idee in materia di moda, un argomento su cui, ovviamente, è piuttosto perentoria: “Non amo le etichette. Non mi piace essere definita una hipster, o vestirmi sempre in materia vintage, o signorile. L’atto con cui una persona sceglie cosa mettersi, ogni mattina, rappresenta un momento della costruzione del sé. Tutti i giorni decidiamo chi vogliamo essere attraverso gli abiti. È sbagliato considerare in maniera superficiale la cura del proprio corpo e del proprio aspetto. Grazie alla moda, ogni giorno possiamo essere qualcun altro”. Il blog contiene moltissime fotografie, e non solo di styling. Ci sono lavori commissionati e progetti più personali. Interni di case romane, vicoli, angoli liberty, palazzi in rovina, sconosciuti ai più. C’è una parte dedicata ai video di moda, da potenziare (“ho decine di script”, dice, ”avrei bisogno di una collaborazione”). C’è una sezione dedicata ai design floreali, dove ritorna l’imprinting familiare: “Mia nonna faceva la fioraia. Sono cresciuta con queste immagini e con la passione per i bouquet”.

Anche per Raluca c’è una quota di Bello che non viene conosciuta, e quindi valorizzata: “A Roma non c’è una vera e propria industria della moda, quantomeno non è paragonabile a quella di Milano. Però in certi quartieri, penso a Monti, ci sono tante botteghe artigianali, tante fabbriche di design, espressione del genio italico. Io vorrei farle conoscere. È il mio modo di ringraziare l’Italia, che ha mi ha permesso di conoscere me stessa”.

Fonte: Solferino28 - Corriere della Sera

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