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lunedì 24 febbraio 2014

Romania: nel Paese dei bimbi soli

 .o.s. infanzia

L'emigrazione ha devastato le famiglie. Almeno 80 mila bambini in età scolare (ma c'è chi dice 400 mila) sono rimasti senza genitori. E li vedono solo via Skype Le immagini

di Paola Tavella - 14 febbraio 2014

Gioco e doposcuola organizzato da Save the Children. Gioco e doposcuola organizzato da Save the Children.
Annette Schreyer per Io donna

A Pitesti, la città rumena dei tulipani (in mostra ogni primavera) i bambini lasciati in patria dai genitori emigrati sono, ufficialmente, 242, ma Sima Dumtra, presidente della locale Save The Children, scuote la testa: «Il numero è molto più alto. Viene disattesa la legge che obbliga chi parte e lascia i figli a segnalarlo».
Secondi dati governativi, i bambini in questa situazione sono circa 80 mila, (23 mila privi di entrambi i genitori), altre stime dicono perfino 400 mila. Soffrono soprattutto se è assente la madre, frequentano la scuola irregolarmente e con poco profitto, da adolescenti spesso abbandonano del tutto.

SOFFRONO E ABBANDONANO LA SCUOLA
Così Gabriela Alexandrescu, presidente nazionale di STC, ha tessuto una rete di protezione dei piccoli tra i 6 e gli 11 anni, alleandosi con le autorità e gli insegnanti, proponendo un programma di sostegno che si chiama We Grow Up Together: 16 centri sparsi per il Paese offrono doposcuola, gite, sport, gioco, assistenza psicologica ai piccoli e ai loro tutori.
Chi parte affida i figli agli amici, in qualche caso addirittura estranei, ma più spesso li lascia con nonne sole e in difficoltà. Maria è molto anziana, una pensione di 150 euro al mese, accompagna al centro di Pitesti la nipote Alina, poi si ferma lì, come se non avesse dove tornare.

SAVE THE CHILDREN NELLE PERIFERIE DI BUCAREST
La mamma di Alina è single, vive in Spagna, è ammalata e non può tornare né mandare denaro, quando ha i soldi telefona. Poi ci sono le mamme come Daniela, che ha due gemelli di otto anni, una ragazzina di 14, è disoccupata e il marito è in Danimarca: «Vivevamo in campagna, ora ci siamo trasferiti, mia figlia fa la scuola di Belle Arti». Molte giovani studentesse vengono a dare una mano a Save The Children: Anca, 17 anni, figlia di insegnanti, è la migliore del suo liceo, ha organizzato un gruppo di coetanei che aiutano con i compiti e giocano con i bambini. Come lei ce ne sono 320 in tutta la Romania.

A Bucarest i centri di Save The Children sono ospitati nelle scuole delle zone più disagiate. «I nostri bambini hanno problemi pratici ed emotivi» dice Andrea Bigi, psicologa. «Ma i guai sono più seri quando sono entrambi i genitori a mancare».
L’emigrazione disintegra la coppia e la famiglia: il padre se ne va, a volte non torna più a casa. «Ai bambini si continua magari a mentire per anni, o si calunnia il genitore emigrato». Anche qui cercano di mettere in contatto i bambini con chi è all’estero attraverso Skype.

LE ALTRE ONLUS SUL TERRITORIO
La onlus italiana Enel Cuore finanzia il progetto da tre anni con 320 mila euro, e la responsabile, Novella Pellegrini, definisce la cifra «davvero modesta» rispetto ai risultati eccellenti, primo fra tutti un netto miglioramento scolastico (28%) e comunicativo (63%) per oltre 2000 utenti in otto città. I bambini sono allegri, nonostante tutto. Valentin (7 anni), Santiago (6) e le gemelle Nicoletta e Larissa, vivono con la nonna, che ha 42 anni ed è stremata, in una specie di scantinato da ben 200 euro al mese, dove hanno appena tagliato la luce e si dorme per terra a turno, ma loro saltano e ridono, affettuosi fra loro e con Leo e Liliana, straordinari operatori di STC che l’indomani li accompagneranno in un grande parco.

I PAPÀ SINGLE
Anche i padri restano soli, e imparano a cavarsela. Nuta Simonescu 43 anni, è operaio meltalmeccanico, sua moglie fa la badante in Sicilia, e parla con le loro due bambine ogni sera. «All’inizio è stata dura, le nostre figlie erano molto ferite. Poi la maggiore ha saputo a scuola di questo programma».
Le insegnanti e le operatrici di Targoviste, una cittadina a Sud di Bucarest, da tre anni gestiscono due centri. Avevano 42 utenti, ora sono 165, raccolti attraverso riunioni organizzate presso scuole, programmi tv, visite nei quartieri, passaparola. «Siccome tutti i bambini che vengono da noi condividono lo stesso problema, non si vergognano. Ogni sera dopo i compiti e il gioco, facciamo insieme un bilancio emotivo della giornata, perché imparino a dire come si sentono veramente» dice Dana, assistente sociale.

QUANDO I GENITORI NON TORNANO PROPRIO
Le operatrici parlano al telefono o su Skype con i genitori emigrati ascoltando le loro ansie e raccontando loro dei figli, mostrando foto e disegni, organizzando colloqui in occasione del loro ritorno. A volte mamma e papà non tornano, e forse è meglio così, secondo la nonna di Florentina Lorenza, 6 anni: «I genitori della mia nipotina si sono lasciati, hanno altre famiglie. La madre non ha lavoro, vive a Genova con un uomo. Il padre è in Sicilia, ha un’altra bambina. Florentina non la vuole nessuno, tranne me. Era timidissima, non parlava mai. La psicologa la ha curata per anno, ora ha tante amiche, dipinge».
Questi bambini sono poveri e a volte abbandonati, eppure «scoprono talenti speciali, e li usano per costruirsi autostima e rispetto di sé», conclude Dana.

Fonte: Io Donna

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