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domenica 15 giugno 2014

“Io, romena, in Italia mi sono inventata un lavoro”


23/05/2014

La storia di Ela, arrivata in Italia dalla Romania con una laurea. Ora è una sarta di successo
Silvia Ragusa

Ela nel suo laboratorio di sartoria (Foto di Luca Turatti)

Sordo, potente, inconfondibile. È il ritmo serrato di una macchina da cucire. In un bilocale di San Donato, alle porte di Milano, risuona tutti i giorni. Ma solo fino alle 22.30, per non disturbare troppo i vicini. Alle 7 del mattino, dopo un caffè forte, Ela Siromascenko siede nel suo piccolo atelier, pieno di tessuti colorati, scampoli, bottoni e riviste di moda. E comincia a cucire, tagliare, creare. Dallo scorso marzo 2013 le sue giornate sono scandite dagli ordini delle sue clienti: ragazze e donne di ogni età appassionate dello stile vintage. Piccoli gioielli fatti a mano, rigorosamente anni Cinquanta. Una collezione da stilista. Ma lei, rumena, trentenne, laureata in Marketing, un master in Advertising e Pr e un dottorato in Scienze della comunicazione, ama definirsi più «una sarta».
Ela rappresenta la nuova generazione di giovani europei in movimento. È un’artigiana online: la sua “creatura” si chiamata Elochka - soprannome che qualche anno fa le ha dato un’amica, confessa -, un negozio sul Web che si appoggia alla piattaforma americana Etsy.

Dalla Romania Ela si trasferisce in Italia per amore di Luca, il suo fidanzato: «Il 29 dicembre del 2011 ho messo in moto la mia auto piena di valigie e sono partita», sorride, aggiungendo che di Bucarest le manca tutto: famiglia, amici, ex colleghi, cibo, i taxi che costano poco e la vita notturna. Ma poi racconta decisa: «Non mi sono mai pentita delle scelte che ho fatto. Se avessi cercato per più tempo un lavoro, forse lo avrei anche trovato, ma vivo meglio così. Quando qualcosa mi riesce so che l’ho fatto io, e la soddisfazione è ancora più grande».

Forse perché capitata in Italia nel momento peggiore, nonostante un curriculum pieno zeppo di titoli ed esperienze, per sei messi bussa alle porte di decine di aziende milanesi. Inutilmente. «Stavo solo perdendo tempo. Ho preso in mano il computer, ho rinnovato i prodotti e ho studiato come funziona Seo. Lo stesso giorno sono arrivati i primi ordini. L’ho preso come un segno del destino», ricorda.
È allora che Ela decide di diventare, da autodidatta, imprenditrice di se stessa: «Quando avevo appena 8 anni cucivo dei vestiti per le mie bambole. Mia nonna, in campagna, aveva una macchina da cucire. Anche una mia zia. Da piccola ero sempre affascinata da queste macchine, anche se non me le facevano toccare. Solo nel 2010 ho realizzato davvero il mio primo abito: un costume di ballerina di samba per una festa in maschera. Da allora ho capito che mi piaceva, mi sono fatta prestare una vecchia macchina da mia cugina e ho cominciato a giocherellare con la stoffa. Poi ho comprato la mia prima macchina casalinga - quella che ho anche adesso - un manichino e dei tessuti. Ho imparato tutto dai blog, dai forum di cucito, da riviste, libri». Oggi di giorno lavora nel suo laboratorio casalingo, di sera segue un corso di sartoria. Ma lei la scommessa l’ha già vinta. Esporta soprattutto all’estero, grazie al digitale (sito, blog e una pagina Facebook sempre aggiornata) e ha una serie di progetti in ballo: una nuova collezione ispirata a Napoli, un servizio fotografico, una sfilata e una fiera per matrimoni retrò.
Le sue clienti sono americane, australiane, inglesi, canadesi, irlandesi. Ma ha venduto anche in Olanda, Francia, Spagna, Singapore e Giappone. «Proprio oggi ho ricevuto il mio primo ordine dalla Svezia - dice soddisfatta - qualche ordine arriva anche dall’Italia, anche se le italiane preferiscono acquistare in modo tradizionale, farsi prendere le misure e provare gli abiti più volte». I vestiti fatti a mano partono dai 100 euro, ma lei confeziona anche abiti da sposa, per damigelle o da sera. Ogni cliente può personalizzare il suo prodotto.
Pochi mesi dopo il rodaggio del suo negozio online Ela ha aperto una partita Iva «anche se quasi tutti gli italiani che conoscevo mi dicevano di non farlo, che avrei finito per lavorare solo per dare dei soldi allo Stato». Poi aggiunge: «Se questo vuol dire esistere, vuol dire finalmente liberarmi dal peso di essere un “niente”, allora sì, lavoro anche per dare soldi allo Stato. E lo faccio volentieri, perché mi ritengo fortunata. E tutto questo non può essere gratis».
Scadenze impossibili da procrastinare, lavoro nel weekend e fine a notte fonda e niente busta paga a fine mese. Il mestiere dell’artigiano è duro, ma Ela non smette nemmeno un momento di sognare: «Vorrei aprire una atelier fuori casa e assumere due persone». E magari, poi, farsi chiamare anche stilista.

Fonte: LinkIesta

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