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lunedì 20 ottobre 2014

Un ex buttafuori mette in ginocchio la mafia romena

Ha incastrato i boss che controllavano il Torinese

09/10/2014
MASSIMILIANO PEGGIO

Forse non ha alle spalle lo spessore criminale di Rocco Varacalli, uno dei più noti pentiti di ’ndrangheta, ma anche lui ha scelto di voltare pagina con la criminalità organizzata. «Ho deciso di collaborare perché non sopportavo più fare queste cose. Ho una vita. Ho lavorato dal 1997, da quando sono qua in Italia, sempre. Ho sempre fatto sport...». Valerica Adochitei, nato a Macin nel 1979, è il primo collaboratore di giustizia romeno finito nel programma di protezione testimoni. Per la procura di Torino è un teste chiave nel processo contro una ventina di imputati romeni, componenti della «Brigada», arrestati dalla polizia con l'accusa di associazione mafiosa e di altri reati, tentato omicidio, estorsione, ricettazione, droga. Il primo caso in Italia.

L’inchiesta
Il processo è una sorta di «Minotauro» romena, con linguaggi e accuse che ricalcano l’inchiesta sulla criminalità organizzata calabrese. Dall’inchiesta, coordinata dai pm Paolo Toso e Monica Abbatecola , sono nati due processi, tuttora in corso. Il primo nell’aula bunker delle Vallette, dove la maggior parte degli imputati ha scelto il rito abbreviato. La sentenza è prevista per il 27 ottobre. Il secondo è iniziato ieri, a carico di due presunti boss, che hanno scelto di andare a giudizio: Adrian Rudac, difeso dall’avvocato Enrico Calabrese e Alexandru Nica, assistito dall’avvocato Carlo Romeo. Entrambi respingono le accuse di «associazione mafiosa». Parlano di «fratellanza», forse a volte aggressiva, ma non di criminalità.

I verbali
Valerica è un pugile, passa molte ore in palestra. Viene assunto come buttafuori nei locali gestiti da romeni e di tanto in tanto viene assoldato per un lavoro, quando c’è bisogno di fare male a qualcuno. Racconta di aggressioni, minacce, di locali notturni dove l’organizzazione domina incontrastata, allo Zimbru e all’Office, o gestendo una rete di buttafuori, al Glam o Disco Venus. «Una volta - racconta nei verbali Valerica - mi ha chiamato Rudac e siamo andati a piazza Bengasi, che c’era un paesano che trasportava pacchi e persone in Romania... Quello non gli voleva fare un favore, portargli un pacco e nè far viaggiare con lui la moglie». Con sé aveva un coltello. «Sono andato con Rudac a parlargli e ho tolto un coltello così, l’ho spaventato». La minaccia ha avuto effetto. I pacchi e la signora sono partiti gratis.

A colpi di spranga
In un altro passo, racconta dell’aggressione di un uomo, nella zona nord di Torino. Ricostruendo le gesta dei presunti «boss» e di un altro membro dell’organizzazione, dice: «Hanno preso questo qua, gli hanno dato due sprangate e quello si è buttato nel fiume. Poi lo abbiamo tirato su: uno lo ha messo in ginocchio poi gli ha dato un telefono per parlare con un suo amico in Romania. E gli diceva: “Tu non sei nessuno, ti faccio vedere io chi sono, mi devi pagare 15 mila euro”». Alla base dell’aggressione, di cui risponde anche Nica, c’è una questione di prostituzione, per il controllo di una piazzola. La vittima è stata anche accoltellata.

Le regole
I membri della Brigada, se sbagliano, pagano una «multa». Raccolgono soldi per chi è finito in carcere. Chi comanda decide tutto «se fai o non fai». Non ci sono riti di affiliazione, ma tatuaggi. I cantanti, preziosi per i locali, devono rispettare gli ingaggi. «Tutto serve a fare business» dice. Così «I cantanti, da quando loro hanno aperto l’Office non potevano più cantare in altri locali. Solo da loro. Altrimenti minacce».

Fonte: La Stampa

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