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domenica 1 febbraio 2015

L’Italia, la Romania e le guerre balcaniche

La nostra storia
29 GENNAIO 2015 | di Dino Messina
di ALBERTO BASCIANI

Nel nostro Paese per gli storici professionisti e gli appassionati non è facilissimo disporre di strumenti mirati di lavoro, ovvero di libri che su questioni apparentemente secondarie vadano oltre i problemi generali e si focalizzino, invece, su questioni più specifiche, quelle insomma che stanno dietro i grandi accadimenti e che in definitiva offrono spesso le chiavi di lettura più approfondite per comprendere gli sbocchi finali di certi avvenimenti. La pubblicazione per i tipi della Società Editrice Dante Alighieri del volume collettaneo “Fra neutralità e conflitto. L’Italia, la Romania e le Guerre balcaniche”, curato da uno storico italiano, Antonio D’Alessandri e un altro romeno Rudolf M. Dinu,spezza questo incantesimo e ci offre una prospettiva nuova e interessante di un avvenimento destinato a incidere non poco sugli sviluppi anche della più generale storia d’Europa nel XX secolo, mi riferisco alle Guerre balcaniche del 1912-1913.

Il libro ci offre esattamente quello che annuncia nel titolo una disamina sotto diverse angolazioni di un momento fondamentale della vita internazionale dell’Italia e della Romania. Vale la pena aggiungere che se nei saggi di D’Alessandri, Fabrice Jesné e Dinu vengono trattati questioni e problemi della politica estera dell’Italia liberale piuttosto stringenti (il ruolo della Monarchia, la conquista della Libia inserita nel più generale disegno della politica internazionale, il controverso rapporto con gli alleati della Triplice soprattutto nell’ottica delle relazioni con “l’alleato segreto” orientale, l’espansione in Adriatico ecc.) il protagonista però del volume è senz’altro la Romania. Questa caratteristica, ben lungi dal rappresentare un difetto, è piuttosto un pregio ulteriore dell’opera. Le guerre balcaniche, infatti, furono per i romeni il culmine di oltre venti anni di politica balcanica, che era stata, sia per i governi conservatori che per quelli liberali alternatisi al potere in quei decenni, se non la chiave di volta assoluta della loro proiezione internazionale certamente uno degli strumenti privilegiati per cercare di ottenere i necessari spazi di manovra nei confronti dei due giganti con cui i dirigenti di Bucarest erano costantemente tenuti a fare i conti e cioè l’Impero russo a oriente e quello austro-ungarico a Occidente.
Ebbene, nelle pagine del libro ritroviamo tutti questi elementi. Il saggio di Adrian Ceobanusi inserisce perfettamente in questo discorso. Ripercorrendo la missione diplomatica del ministro russo Shebeko a Bucarest, l’autore dimostra come gli sviluppi della guerra rappresentarono per i dirigenti romeni un’occasione irripetibile per inserirsi attivamente – all’inizio solo diplomaticamente – nel gioco balcanico, trovando una facile sponda nella Russia che,dopo la sconfitta rimediata contro il Giappone nel 1905,aveva fatto del Sud-est dell’Europa uno degli ambiti privilegiati della propria azione diplomatica e teneva sotto stretta osservazione Bucarest. Nella capitale romena, del resto,a causa delle correnti irredentisti sempre più forti e con il radicalizzarsi della questione transilvana, i legami di alleanza con l’Austria-Ungheria risultavano sempre più stretti. Francamente è difficile dire se sia stato un progetto meditato, ma non c’è dubbio che nella parte finale del 1912 Bucarest (già allora piccola Parigi d’Oriente) era diventata un crocevia fondamentale per comprendere cosa realmente bollisse in pentola nella regione, tanto che a un certo punto si ritrovano in missione quasi contemporaneamente il capo di Stato Maggiore dell’esercito austroungarico, Conrand von Hötzendorf e il suo omologo russo, il granduca Nicolaj. Insomma,alle Grandi potenze, soprattutto quelle più attente alle questioni danubiane e balcaniche,e che nella partita che si stava giocando nella regione avevano qualcosa da vincere o perdere, era chiaro che la Romania non era una semplice osservatrice. Lo sviluppo degli avvenimenti permetteva ai romeni di chiedere compensi territoriali a scapito della Bulgaria e per i russi il fatto che almeno in questo problema fossero diventati l’interlocutore privilegiato di Bucarest era un risultato più che apprezzabile: la situazione nel Sud-est dell’Europa era cambiata e gli equilibri non sarebbero più stati gli stessi.

Il saggio davvero interessante di Constantin Iordan ci conferma questa ipotesi. Romania e Grecia, che negli anni precedenti erano arrivate ai ferri corti, tanto da interrompere bruscamente le relazioni diplomatiche, con il nuovo conflitto conobbero una nuova e più positiva fase, dovuta principalmente alla volontà del premier liberale greco,Eleftherios Venizelos, e dell’esponente conservatore romeno,Take Ionescu, di aprire, ovviamente per convenienza reciproca, una nuova fase nei rapporti bilaterali. Lo sviluppo degli avvenimenti sembrava indicare alle due diplomazie che la questione degli “a-romeni” di Macedonia (una popolazione di origine romena da secoli stabilitasi nel cuore dei Balcani), che in precedenza aveva provocato la crisi, ora poteva essere l’occasione per innescare una nuova e positiva fase nellerelazioni tra Bucarest e Atene. Ma perché questa improvvisa condiscendenza? Perché questioni che sino ad allora erano parse spinose e avevano alimentato polemiche velenose ora parevano relativamente facili da comporsi con reciproca soddisfazione? Iordan alla fine del suo lavoro pone molta enfasi nell’amicizia e, dunque, anche nella reciproca fiducia che legava Venizelos con Take Ionescu. Sicuramente questo fu un elemento importante. Tuttavia credo che il rispetto, l’amicizia e la comunanza di pensiero che legavano i due statisti poterono diradare le incomprensioni del passato,perché gli avvenimenti nel frattempo avevano mostrato all’orizzonte l’apparizione di un ricco agnello sacrificale da immolare sull’altare dell’amicizia romeno-ellenica. Mi riferisco alla baldanzosa Bulgaria dell’ottuso zar Ferdinando e dei suoi capi militari. Costoro infatti non avevano capito, o quantomeno non fino in fondo, la strada senza uscita in cui stavano infilando il Paese.
In realtà nel leggere il bel lavoro di Daniel Cain pare di intendere che tanto lo zar che i suoi più stretti collaboratori in quel vicolo senza uscita ci si andarono a infilare con l’appoggio se non di tutta almeno di una parte importante dell’opinione pubblica bulgara. Tanti anni fa uno dei maestri indiscussi della storia contemporanea dei Balcani, Richard Crampton, a proposito della questione macedone scrisse che questo problema era diventato talmente presente nella vita, anche quotidiana, della Bulgaria da diventare non solo per i dirigenti politici più importanti ma anche per una buona fetta dell’opinione pubblica di quel Paese una vera e propria ossessione. Un peccato se pensiamo alla promettente crescita economica fatta registrare dalla Bulgaria ai primi del Novecento quando centinaia di chilometri di nuove linee accrescevano ogni anno la rete ferroviaria, Sofia si modernizzava a ritmi impetuosi e lo stato bulgaro ogni anno accademico investiva fior di denari nell’educazione nelle migliori università straniere di molte decine di giovani liceali.
Gli estratti del diario del ministro Abrašev citati da Cain ci confermano i sentimenti di rabbia che animavano molti bulgari all’indirizzo dei romeni e dei poco generosi alleati balcanici. Viene da chiedersi se i bulgari una qualche ragione non l’avessero. Lo sforzo militare dispiegato sino ad allora era stato importante se non decisivo per la sconfitta ottomana e già gli alleati mostravano verso Sofia atteggiamenti non del tutto concilianti; ed ecco che in un momento così delicato la Romania fece di nuovo capolino con la richiesta di una rettifica di confine sul Danubio in Dobrugia del Sud. Ora lasciando da parte la pretestuosità della pretesa romena perché mai la Bulgaria avrebbe dovuto cedere?Credo che l’inconsistenza delle richieste romene spieganola testardaggine bulgara; tuttavia ben presto la questione era quasi diventata secondaria perché in un baleno la pretesa romena aveva perso il suo carattere di contenzioso bilaterale e si era trasformata in una questione internazionale. Silistra e il suo circondario erano diventati una preoccupazione delle diplomazie delle Grandi potenze e l’occasione per l’intervento per i russi che di colpo non solo acquistavano nuovo smalto nel Sud-est dell’Europa ma guadagnava punti importanti in una capitale sempre più cruciale quale era Bucarest. Non parliamo poi dei cosiddetti alleati di Sofia che nella questione videro giustamente,dal loro punto di vista,uno strumento fondamentale per indebolire le posizioni bulgare. Lo capì evidentemente anche una persona accorta come Ivan Gešov, pronto a sacrificare Silistra per evitare guai maggiori, eppure anch’egli consapevole, al pari di un altro politico bulgaro, molto meno duttile, come StojanDanev, che l’eventuale cessione di Silistra sarebbe stata solo una pezza momentanea e che le ambizioni romene si spingevano ben oltre la polverosa città danubiana. Il risultato fu che le forze più intransigenti e nazionaliste ebbero la meglio con i risultati che ben conosciamo. Tuttavia resta aperta una domanda, pur comprendendo i motivi di ordine internazionale che spinsero il governo romeno presieduto dal conservatore Maiorescu a chiedere la cessione di Silistrae poi a lasciar intendere di voler ottenere ancora altro, era davvero possibile per i bulgari fidarsi dei romeni e, soprattutto, continuare a cedere nei loro confronti e a conservare la necessaria freddezza con gli altri protagonisti della vicenda? Offrire una risposta non è facile, di sicuro lo scoppio della Seconda guerra balcanica rappresentò l’esito finale di anni di tensioni etniche e diplomatiche in cui tutti i protagonisti avevano preferito imboccare la strada solo in apparenza più facile, quella cioè del continuo gioco al rialzo.
Il risiko sperimentato nelle ovattate e fumose atmosfere delle cancellerie e nei salotti delle legazioni era sfuggito di mano alle varie volpi balcaniche e le pretese con cui avevano alimentato i sogni e le aspirazioni delle rispettive borghesie cittadine, degli intellettuali, di giornali sempre più violenti, di pope infervorati ecc. si erano alla fine saldati con i sogni di gloria e di potere delle élite militari, diventate a Sofia come a Belgrado, ad Atene come a Bucarest un elemento sempre più fondamentale e capace di influenzare in maniera decisiva l’andamento della discussione politica. Il gioco, insomma, era entrato in una fase diversa. La pace di Bucarest (agosto 1913) seguita alla breve guerra che aveva messo in ginocchio la Bulgariafu soltanto una tregua e del resto non c’erano i presupposti perché potesse essere qualcosa di più solido. Poco meno di un anno dopo dalla firma della pace tutti i protagonisti di queste convulse vicende si trovarono di nuovo coinvolti in una nuova questione di portata ben più ampia, quale fu la Prima guerra mondiale. Nonostante il coinvolgimento nel conflitto dei vari Paesi arrivò con tempi e modi diversi i protagonisti,dai bulgari Radoslavov e Ferdinando, al leader romeno Brătianu, fino al greco Venizelos, sapevano tutti esattamente come e da quale parte intervenire e in questo senso davvero, almeno politicamente parlando, la Grande guerra nei Balcani fu qualcosa di diverso dal resto del continente.
Insomma, i saggi contenuti nel volume offrono agli studiosi davvero una notevole gamma di spunti, riflessioni, notizie e informazioni. Per gli specialisti di storia dell’Europa centro-orientale il volume rappresenta uno strumento indispensabile utile non solo per attingervi notizie ma anche e soprattutto per confrontarsi con una pagina fondamentale della storia del Sud-est dell’Europa e tout-court, direi, di tutto il nostro continente.

Alberto Basciani

Fonte: Corriere della Sera

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