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lunedì 27 aprile 2015

«Sono rumena e con l’onestà sono diventata avellinese». Regina, l’infermiera della Malzoni che cura il razzismo

La storia

«La diffidenza è normale: la cronaca alimenta i luoghi comuni. Il modo migliore per smentirli è praticare l’onestà. Io qui mi sento a casa, circondata dall’affetto dei miei colleghi»

«La cosa più difficile cui far fronte, quando sono arrivata in Italia, è stata la diffidenza: un sentimento giustificato dagli episodi di cronaca che hanno visto e vedono come protagonisti miei connazionali e che non sono certo una buona pubblicità per noi rumeni. È vero che non siamo tutti uguali ma è anche normale che certe cose facciano radicare, nel sentire comune, stereotipi negativi». Regina viene dalla Romania ma vive nel nostro Paese da quindici anni ormai: è una cittadina italiana e la sola cosa che ci differenzia è l’accento. «Al mio arrivo ho voluto mettermi subito in regola: ho fatto domanda per il permesso di soggiorno e per ottenere l’equipollenza del mio titolo di studio e esercitare, anche qui, la mia professione: quella di infermiera».

L’attesa è durata tre anni durante i quali Regina non è rimasta a guardare. «Ho fatto tutti i lavoro possibili: ho lavorato in un’impresa di pulizie, nel bar di una pompa di benzina. Tutto quel che mi permettesse di vivere alla luce del sole, in autonomia, garantendo a me e mio figlio, allora un bambino, una vita dignitosa, che ci guadagnasse il rispetto delle persone». Regina è una donna dal carattere forte: la sua storia parla di volontà e orgoglio. «Ho ottenuto la cittadinanza secondo legge: non ho cercato scorciatoie come quella del matrimonio. Passati i dieci anni previsti dalla normativa italiana, ho preparato tutti gli incartamenti necessari e ho ottenuto il mio passaporto. Devo ammettere di essere una persona caparbia a cui piace raggiungere i traguardi prefissati facendo leva soltanto sulle proprie forze». Insomma, Regina smentisce tanti luoghi comuni: dalle donne immigrate che giocano la carta del matrimonio per consolidare e mettere a riparo la propria condizione a quella della delinquenza che avrebbe determinate origini nazionali. Ma rifiuta anche la logica dello scontro: «I buoni e i cattivi esistono dovunque, non hanno nazionalità. È pur vero che l’eco di certi episodi, come ti ho detto, non aiutano. Il modo migliore per smentire è la via della correttezza e dell’onestà: non c’è cosa migliore che posare la testa sul cuscino, la sera, e dormire sonni tranquilli».

Una tenacia, quella di Regina, che le ha dato ragione nel tempo, guadagnandole la stima di chi l’ha incontrata e di chi con lei ha lavorato. «Da quando sono in Italia, ho sempre vissuto ad Avellino. all’inizio, in attesa del permesso di soggiorno, sono stata ospitata da alcuni connazionali e mi sono messa alla ricerca di un lavoro. Appena sono stata nelle condizioni, mi sono messa alla ricerca di una casa. Quando è arrivato il riconoscimento del titolo di studi rumeno, ho fatto domanda a Napoli per sostenere la prova di abilitazione e potere esercitare qui in Italia. Ho lavorato per un certo tempo al 118: mi piaceva quel lavoro perché richiedeva prontezza. Quando arrivi a prestare i primi soccorsi, non sai mai di fronte a cosa puoi trovarti. È un lavoro che ti chiede di mettere a frutto tutte le tue conoscenze e capacità». Una parentesi che ha permesso a Regina di accrescere le proprie competenze prima di arrivare al lavoro attuale. «Sono poco meno di dieci anni che lavoro alla Clinica Malzoni, in sala operatoria. I medici sono straordinari, in particolare il prof. Malzoni, col quale ho avuto la fortuna di collaborare, accrescendo notevolmente le mie conoscenze. C’è sempre da imparare, nella vita e nel lavoro: basta avere l’atteggiamento giusto».

Ed evidentemente, quello di Regina è l’atteggiamento perfetto: «Nel team della sala operatoria, ho trovato una vera e propria famiglia. Di recente, sono passata attraverso un momento personale difficile. Quando i miei colleghi sono venuti a saperlo non hanno esitato un attimo: mi hanno chiamata in disparte per manifestarmi tutta la loro vicinanza e il loro affetto. Si sono stretti intorno a me e non solo in senso metaforico. È stato bellissimo. Per me che sono sola qui e i miei figli sono la mia sola famiglia, è stato qualcosa di straordinario».

Che differenza c’è tra noi e Regina, infermiera che soccorre una ragazzina rumena, che 17 anni tenta il suicidio ingerendo candeggina, in una giornata qualsiasi nella vita sonnacchiosa di Avellino? Che differenza c’è tra me e Regina, che in passato è stata volontaria nella casa di accoglienza cittadina e oggi alla bottega del commercio equo?Che differenza c’è? La lingua d’origine dei nostri passaporti e l’accento con cui parliamo italiano? Che differenza c’è? Siamo entrambe donne che sentono l’Irpinia casa propria e che hanno trovato nel lavoro lo strumento per affermare la propria dignità.

Che differenza c’è? Io non riesco a vederne alcuna.

Fonte: Orticalab

2 commenti:

trabado villaspin ha detto...

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Carmen ha detto...

Purtroppo non tutti romeni sono come Regina...anche la Romania ha le sue eccezioni, tra cui Regina, ma la maggioranza è composta di esseri che non conoscono la decenza umana. Secondo me, nei confronti dei romeni piu che di razzismo, si tratta di un problema di rifiuto dovuto ad un comportamento inaccettabile che questi dimostrano in molte situazioni (per non parlare dei veri delinquenti).

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