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martedì 8 settembre 2015

Dragomirescu: fuga e successo dell’artista che beffò Ceausescu

IL PERSONAGGIO

Il disegnatore romeno è fuggito dall’Est nel ‘73. Ceausescu gli aveva commissionato dei lavori, non appena ha avuto il passaporto è scappato «La mia pittura è gioia».
di Alessandra Troncana
Radu Dragomirescu Radu Dragomirescu shadow

Fili di lana nera sul pavimento, i suoi cipressi incisi, un libro d’artista appoggiato a un pianoforte scordato. Puegnago del Garda: profumo di fichi nel cortile, quadri appoggiati alle pareti e Radu Dragomirescu che gira in ciabatte. La vernice della sua mostra antologica, «Light sentence», è stasera alla fondazione Leonesia (in via Palazzi, dalle 18.30).

Partito con 500 dollari in tasca è diventato il genio della grafite
Quelli dell’Arte Povera lo chiamavano il rumeno: è arrivato in Italia nel ‘73, con due valigie e 500 dollari in contanti. «Appena mi hanno dato il passaporto, ho preso quattro cose e ho guidato dritto». Aveva 28 anni, qualche premio vinto a Parigi, l’indirizzo di un giornalista de Il Giorno che aveva recensito i suoi disegni e la certezza che in Romania sarebbe tornato solo a vedere i cimiteri ebraici: Luciano Fabbro, Achille Bonito Oliva e Cavellini l’hanno fatto entrare nelle gallerie giuste, e da lì non è più uscito. Il rumeno è un genio della grafite. Anni fa, Nicolae Ceausescu, il presidente della Repubblica socialista, l’ha chiamato nel suo ufficio: «Vorrei disegnasse i simboli delle province». Dragomirescu ha accettato ma solo a un patto: «Avevo vinto un premio alla Biennale di Parigi due anni prima: non avevo potuto ritirarlo, non mi avevano dato il passaporto. Il presidente mi ha risposto che non c’erano problemi». Il giorno dopo, all’una, suona il campanello dello studio: un agente della polizia segreta ha il documento in mano. «L’ho preso e sono partito».
Nel giro dell’Arte Povera, il rumeno è entrato con i suoi lavori 2 metri per 3 fatti con la carta con cui i sarti tagliavano le giacche: «Bastava togliere l’apretto. Fabbro, l’avevo conosciuto una sera a Sesto San Giovanni, li ha visti e ha detto: incredibile. Mi ha portato da Vittor Pisani, non avevo un soldo e dormivo sul suo divano. Poi ho iniziato a esporre». Napoli, Milano, Torino: a Brescia ha parecchi collezionisti. «Giravo in treno, con le tele legate alla cuccetta. Ho lavorato con Cavellini: un artista fantastico».

I suoi quadri hanno contagiato i collezionisti: «L’arte è gioia»
A Puegnago, Dragomirescu ha appeso i quadri per la Biennale di Venezia dell’84, le sue croci, i cipressi che ricordano quelli del cortile della fondazione: «Per Albano Morandi, che mi ha invitato qui, ho portato tutto: è uno fuori dal mondo, come certi artisti di un tempo. Insegno arte nelle accademie, conosco le nuove generazioni: sono troppo nervose, poco riconoscenti, chiuse» (il 4 settembre, alle 20.30, l’artista si racconta alla fondazione davanti ai cocktail di Hemingway e a una cena: informazioni alla mail leonesiarte@gmail.com). I suoi quadri hanno simboli ossessivi: croci, alberi, la stella di David incastrata in un cuore, tavoli con nature morte. «L’arte è gioia, ma deve dare segnali, anche politici. I miei sono di pace. E poi, nei miei lavori torna sempre il nero, la grafite, i ricordi di quando scavavo nei resti archeologici del Mar Nero: il passato significa futuro». Prende in mano una sua poesia, chiede di citare qualche verso: «L’arte che pensa, pensa, allontanando da noi la notte». Lei crede che qualcuno ascolti i suoi messaggi? «Li sta ascoltando lei».

29 agosto 2015

Fonte: Corriere della Sera

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