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venerdì 26 agosto 2016

"Fatichi per anni e in dieci secondi perdi tutto": la tragedia vissuta dagli immigrati


TESTIMONIANZE
"Fatichi per anni e in dieci secondi perdi tutto": la tragedia vissuta dagli immigrati

Muratori, taglialegna, badanti. Che hanno lasciato il loro Paese per venire qui, dove il lavoro non mancava. Ma ora non c'è più nulla. E a chi è sopravvissuto non resta che tornare indietro

DI FEDERICA BIANCHI DA AMATRICE
26 agosto 2016

Parlottano velocemente con due uomini in tunica nera. Alcuni tra loro fissano il cumulo di macerie che è diventata la casa di fronte a loro, poco prima dell'inizio del martoriato corso principale di Amatrice, dove le scosse si susseguono, i vigili del fuoco continuano ad estrarre cadaveri mentre i cittadini possono solo guardare da lontano. Inermi e sgomenti.

Il gruppetto dei ragazzi è giovane, venti, trent'anni. Uomini e donne. «Siamo quello che rimane della comunità rumena di Amatrice», spiega paziente Daniel Bobeica, 35 anni accanto alla moglie Lavinia, 31 anni, «Diversi di noi sono morti». Lui lavorava nell'edilizia, molti dei suoi connazionali tagliavano legna nei boschi, le donne si offrivano come badanti in un paese in cui la percentuale di over 60 è quella predominante. Il lavoro da queste parti non mancava. «La vita è così», continua a denti stretti Bobeica: «Costruisci, fatichi per anni, e poi in dieci secondi perdi tutto».

Adesso non resta che andarsene. Tornare in Romania. Almeno per un paio di mesi. Il tempo di capire cosa è successo. «L'azienda di materiali edili non esiste più e la signora a cui badava mia moglie in quella casa là in fondo», e sottolinea le parole con il braccio, «ha lasciato Amatrice. La sua casa non è più agibile e chissà se lo sarà mai». A trattenerli, ancora per un po', è la speranza di potere rientrare in casa loro, con o senza il consenso dei Vigili del fuoco, per recuperare documenti e beni personali. «Ad Amatrice non c'è più nulla». Non un supermercato. O una farmacia. Neppure un bar sbilenco. Nulla.

Gli uomini in tunica nera e folta barba parlano con tutti, distribuiscono parole di conforto e promettono cellulari nuovi. Sono i parroci della Chiesa ortodossa di Fermo e Rieti. Il giorno del terremoto erano sul campo, in coordinamento con l'ambasciata: lo stesso ambasciatore rumeno, George Gabriel Bologan, non ha aspettato che poche ore per fare visita ai connazionali sopravvissuti ad Amatrice.

Ma tutto l'aiuto del mondo non cancellerà mai quei momenti di terrore e distruzione. Nemmeno per loro che di questo presepe laziale incastonato tra i monti avevano fatto una casa permanente. «Urlavamo tutti come pazzi», ricorda Lavinia Bobeica: «La signora accanto al nostro appartamento, poverina, era stremata dalla paura».

«Sembrava non finisse mai. Ci siamo posti nell'architrave della porta del bagno aspettando che gli scossoni si esaurissero. Non potevamo usare le scale, di solito sono la prima cosa a cedere. Poi ho detto a mia moglie “corriamo” e ci siamo lanciati fuori. Poco dopo sono rientrato a prendere la camicia ma mentre raccoglievo le bottiglie da terra questa si è rimessa a ballare e da allora non sono più stato dentro. Ci siamo messi a cercare mia sorella e mio cognato che non rispondevano al telefono». Più tardi sapranno che la cognata, la nipote e altre due donne si erano svegliate improvvisamente al primo piano con tutto il letto in cui dormivano: il pavimento del secondo, dove abitavano, aveva ceduto. Per uscire avevano legato le finestre alla ringhiera del balconcino e si erano calate dalla casa diventata pericolosa prigione. Poche ore più tardi erano tornate sul luogo, nonostante il divieto dei Vigili del Fuoco, e avevano aiutato la ragazza più piccola e sottile ad arrampicarsi sulle travi di casa alla ricerca delle borse con soldi e documenti. Nel frattempo il letto era passato dal primo piano al piano terra.

Non a tutti è andata altrettanto bene. «Il marito della madre della signora a cui badava mia moglie, uno dei macellai del paese, aveva appena assunto una badante rumena per assistere i genitori, entrambi novantenni. La rumena era arrivata questa settimana dalla Romania, una ragazza giovane. Lavinia era andata mercoledi sera ad aiutarla per farle capire meglio il lavoro e darle qualche consiglio. Poche ore più tardi la loro casa è venuta completamente giù. Seppellendo gli anziani, due loro amici e la ragazza». Al suo primo e ultimo giorno di lavoro in Italia.

Fonte: L'Espresso

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